Corylus avellana.
Un albero che precede la memoria.
Prima delle strade romane, prima dei muretti a secco di Romagna, il nocciolo era già qui. Cresceva spontaneo lungo i fiumi dell'Asia Minore — l'attuale costa turca del Mar Nero — e risaliva l'Europa al ritmo dei ghiacciai che si ritiravano. I pollini fossili lo collocano fra le primissime specie arboree a ricolonizzare il continente dopo l'ultima glaciazione, già novemila anni prima di Cristo.
I Greci la conobbero a Eraclea Pontica e la chiamarono «noce di Eraclea». I Romani le diedero il nome che ancora oggi porta: avellana, dalla città di Avella, in Irpinia, dove la coltivazione era così diffusa che Plinio il Vecchio la cita nella Naturalis Historia come una delle piante più utili del podere. Da allora la nocciola non se n'è più andata: ha attraversato monasteri medievali, cascine piemontesi, masserie campane, poderi romagnoli.
A Forlì, in Via Rio Cozzi 7/F, coltiviamo quattro cultivar che discendono direttamente da quelle piante primigenie — selezionate in due millenni di mani contadine per resistere alle gelate tardive della pianura padana e restituire un seme dolce, denso, mai amaro. È da qui che parte ogni vasetto di Nocciolami.