In Italia consumiamo ogni anno circa 130.000 tonnellate di nocciole sgusciate. Ne produciamo solo il 37%. Il resto arriva dall'estero, soprattutto dalla Turchia. È il dato che ha guidato tutto il nostro progetto a Forlì.
Da dove arriva il dato del 37%
Il dato incrocia le rilevazioni ISMEA sulla produzione nazionale (circa 105.000 t in guscio, ≈48.000 t sgusciate nelle ultime cinque campagne) con il consumo industriale stimato da Federalimentare e con i dati ISTAT-COEWEB su import/export. Il rapporto produzione nazionale / consumo italiano oscilla tra il 35 e il 40%: il 37% è la media 2019–2023.
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Cosa importiamo: Turchia, Georgia, Azerbaigian
Il primo Paese fornitore dell'Italia è la Turchia (60% dell'import), seguita da Georgia e Azerbaigian. Sono nocciole della varietà Giresun o Akçakoca, profili aromatici diversi dalla TGR italiana e con un costo a chilo più basso.
Non c'è nulla di scorretto nell'importare — è il modello che ha permesso all'industria dolciaria italiana di competere sui prezzi. Ma chi cerca una nocciola con identità geografica precisa deve poter scegliere. Per questo il nostro packaging riporta sempre lotto, varietà, anno di raccolto e GPS del filare.
Cosa significa "filiera corta tracciata di lotto"
Filiera corta vuol dire massimo 1 passaggio tra chi coltiva e chi trasforma. Nel nostro caso il passaggio è zero: campo e laboratorio sono lo stesso indirizzo (Via Rio Cozzi 7/F, Forlì). La tracciabilità di lotto significa che ogni vasetto ha un codice che lega il prodotto al filare di provenienza, alla data di tostatura e alla data di confezionamento.
Come si verifica un'etichetta
Tre regole semplici per chiunque legga un'etichetta di crema di nocciole:
- Origine dichiarata: "nocciole italiane" non basta, deve esserci la regione
- Percentuale di nocciola: sotto al 30% non è una crema di nocciole, è una crema al cacao
- Niente olio di palma: una crema premium usa solo olio di nocciola endogeno
Sono gli stessi criteri che applichiamo a noi stessi nelle cose che non faremo mai.